venerdì 3 aprile 2015

CiuUUUUFf

Definizioni di tempo ed esigenza d'ascoltarsi. Qui rimangono intrappolate definizioni che mi fluiscono, controllate o meno dalla supervisione dell'udito che costante scandisce il sentire, mio proprio, non universale e solo di latitudine ed anestesia.
    Prenderò il treno delle 14:30 che parte dal binario due, è in arrivo sul secondo binario, ancora sulla stessa panchina.
    Ecco mi sono seduta sulla prima carrozza, a metà, come sempre.
    Il treno è una gran dote di tempo puro.
Solo il treno, tra rumori soffi, e diciture meccanizzate - rompere qua in caso d'emergenza - stabiliscono l'essere nel mondo disilluso, ma illuso dalla poesia Futurista.
E allora: ciuUUUUFf!
Grazie, sono le 14:35. Si parte, sta finendo l'inchiostro e mi rifiuto di scrivere, ancora. La grafomania non gode in lapis, ci vuole sangue nero per soddisfarla.

giovedì 1 gennaio 2015

cordoni ombelicali artificiali

Che cos'ha nella borsa? Un aborto con un cordone ombelicale strasciconi, soffocato in ovatta rossastra. I cordoni di tutti sono legati l'un l'altro nel passato, cavo intrecciato d'ogni carne. [...] Volete essere simili a dei? Contemplatevi l'omphalos. Pronto. Parla Kinch. Mi dia Edenville. Alef, alfa: zero, zero, uno.

Sposa e compagna di Adamo Kadmon: Heva, l'ignuda Eva. Non aveva ombelico. Contempla. Ventre senza macchia, gonfio e grosso, un brocchiere di pergamena tesa, no, bianco acervo di grano, splendido e immortale, eretto da eternità ad eternità. Grembo del peccato. [...] Si congiunsero e si separarono, fecero il volere dell'accoppiatore. [...] Vado o no da zia Sara? La voce del mio padre consustanziale.
James Joyce, Ulysses.
   Ecco sono arrivata alla conclusione che quest'oggi il pensiero dell' Omphalos mi ha perseguitata, minata, per tutto il giorno - e ho ritrovato questo ricordo di Ulysses. Partito dalla piccola cicatrice che porta in grembo la Gatta; sterilizzandola l'ho resa umana, più che umana. Porta seco quel qualcosa del tutto umano che ci rende terreni, cordoni ombelicali artificiali. 
Sterilizzazione. Continuiamo a sterilizzarci fisicamente e mentalmente tutti i giorni, per non partorire il prolungamento della nostra disgrazia: la caduta - dalle Grazie della Madre, non dal Cielo. Santo, ultimo Santo. Azzurrità immensa che amplifichi e rendi Infinito il vagabondare in desideri, di stelle e nuvole in movimento, puttane del tempo, nel.
   Pare stupido parlare del primo dell'anno, lotto ogni giorno con la mia morte e la mia rinascita. Inutile dare tanta importanza a una cifra. Muoio ogni notte quando mi addormento, per poi rinascere al risveglio nel corpo pesante che non mi appartiene, fatto di pensieri e caffè per renderlo meno libero di quanto fosse in sogno. Cambiano i numeri degli anni, e ci attacchiamo al cambiamento numerico accettandolo, quand'anche non diamo lo stesso piacere al mutamento che avviene intorno a noi, ma anche dentro: vorremmo mai vivere sempre e solo in un anno? No, lo guardiamo passare e incantati alle successioni numeriche desideriamo una vita a lieto fine, senza mutamenti di crescita, vorremmo bastarci, così come siamo. Ci aspetta ancora molto, o forse no. In un mare di nebbia, cammineremo nell'attesa, giorno dopo giorno.
   Temo in un ritorno nostalgico, ma nessun ritorno; questa morte - notte - mi ha aperto gli occhi, con il vento gelido su calze leggere di fili setati, quante farfalle di seta hanno abbandonato la loro Pupa per scaldarmi? Bachi da seta, rifiutati dall'esistenza - prolungata nelle mie articolate calze, con filino lungo, dietro, per tutta l'altezza della gamba - in cambio di un qualche giorno di Volo, di qualche giorno a causa mia? No, non hanno abbandonato a causa mia, le farfalle dovevano volare. Psychè, Anima, bachi da seta senz'Anima, tatuata Alma sulle labbra della confidente: ho calze senz'anima che proteggono queste mie gambe dal freddo. A pregare contro la burrasca, protetta dall'anima di nessuno torcerò i capelli che rimangono delle notti amate impigliati nel mio letto di seta e d'ottone. Letto stanco d'ottone che di energie mi privi rubandomi i capelli: quante notti, ancora, brinderai all'assenza d'anima. Strappa gli ultimi capelli e proteggi i miei sogni, che lo sognano, che mi sognano di lui che mi abbandonano di assenze in isola circolare, senza più mare, solo di nebbie e schiaffi in volto, gelidi, e sulle mie gambe, stanche di sonno, fredde di noia.
   Annoiami letto di ottone e seta, in favole antiche che non sono in grado di far più volare. Tradiscimi ancora e sempre e cuci i miei occhi con i miei stessi capelli, per farmi guardare dentro ai miei sogni, dove il Reale  più bello in date Giuliane.
   Fili di seta e capelli diventano intestini, cordoni ombelicali artificiali che si sono dimenticati di dirmi che si sono inventati tutta la Favola di te, per tenermi compagnia su Nasso - in.
   Invidio Psychè senza cordone ombelicale, ma forse questo che rimane di me non ha tenuto legame, cordone ombelicale, con la mia stessa Psychè.
   Buon anno Anima mia, vola lontano e in alto, anche se solo per qualche giorno.

venerdì 26 dicembre 2014

I tuoi calzini Blu

Stasera ceniamo. Hai detto.
Di Baci. Risposi.
Stasera, di baci, allora, ceniamo. Pensai.
No. Hai detto.
   Nel taschino interno del cappotto, tanto talmente piccola volevo essere. Di Grazia, volevo stare, tra il profumo dei miei vestiti puliti, la seconda esistenza del prolungamento della mia pelle - chiamavo i miei vestiti - e il prolungamento della tua, pelle - che poi mi piaceva il tuo maglione, l'ho detto , hai sorriso.
   Sono caduta, come Eva, per terra dal paradiso, e mi sono vergognata come lei. Ma a differenza sua ho l'omphalos.
   Un sogno, ti ha sognato. Era un sogno. Ma l'immagine che non riesco a togliermi dalla testa: i tuoi calzini Blu. E tu non dici mai il mio nome, ma non sei una foglia e non sono una lumaca. Rumori Blu. Umori Blu. Calzini Blu. Esco di casa e guardo il cielo. Tu non ci sei.

martedì 23 dicembre 2014

analfabetismo emotivo

Secoli di noia digestiva.
Ecco cos'è. La noia arriva durante la digestione.
    Secoli di noia digestiva, e, un'immensa pace di sete dissetata.
Un'immensa pace di sogni sognati.
Un'immensa pace di fame sfamata.
Un'immensa pace di desideri desiderati.
    Se ho fame mi nutro e mi sfamo.
Se ho sete bevo e mi disseto.
Sogno e desiderio sono in secoli di noia digestiva.
    Sfamare e dissetare sono concetti propriamente fisici, e non ho più voglia di fare sinestesie, per il resto.
    Ho sempre vissuto il susseguirsi dei numeri con una certa ansia.
Ogni qual volta che arrivo alla sequenza cinque sei sette  mi blocco. Penso al Cinque innamorato perso del Sei, e il Sei super innamorato del Sette. Mi ha sempre fatto tenerezza il Cinque, il Sei non se lo è mai calcolato.
    Il cinque non ha mai calcolato il quattro, del resto.
Un'infinita solitudine inesprimibile. Dare sentimento a numeri, per trovarne un po' che non è in noi.
     Chi è il 6? Tu, Tu sei.

venerdì 28 novembre 2014

E non conosco nemmeno il colore dei tuoi occhi

Essere mancato. Sentirti mancato, sentirmi, sentirci.
Trasudando in deserto rosso, rimane un cappotto, verde Giuliana.
    Raro il fatto della compresenza di cinque (ricordi il cinque? La mia tenerezza per il cinque? E solo a te ho raccontato...), sì, cinque cappotti verde Giuliana, in un mercatino dell'usato, il giorno dopo che ti ho visto la prima volta -e tu non mi hai vista.
Ho fatto una fotografia, ai cinque cappotti, e non l'hai mai vista.
     Avevo smesso di scriverti favole. Non avevamo più bisogno di parole.
      Nemmeno ora, ma ti sento di meno -dicono così, letteralmente, in Spagna, per dire: mi manchi (e odio tutte ste virgole, questi punti, questi trattini e parentesi che, al posto di cadenzare i miei toni, in realtà sono solo secondi nel pensiero più triste: non poterti sentire più).
     Il verde... alcuni lo annoverano tra i colori primari con giallo rosso e blu.
     Il giallo era il mio colore favorito da bambina, ora è il blu da qualche anno, il rosso è sempre stato un colore dell'anima.
     Tu sei il mio verde, e non conosco nemmeno il colore dei tuoi occhi.

domenica 26 ottobre 2014

Ogni taglio sulle tue mani ha un perché

Questa notte è venuta a Mancare la Cara Ines Morigi Berti.
   È stata la Maestra di Mosaico della mia Maestra di Mosaico. Tessera delle mie tessere.
   Quando ero piccola mi accolse in casa sua.
Una porta in una piccola viuzza di Ravenna, protetta. Mi ritrovai in una casa, che non era casa, ma Mondo. Non avevo mai visto la casa di un'Artista in vita mia. Mi sorprese il fatto che il salotto era uno studio. Una libreria con molti testi -ricordo in particolare un grande volume su Po
ntormo.
   Severa, silenziosa, Elegantissima... Non ho mai più avuto l'Onore di trovarmi al cospetto di tanta Grazia. Con capelli ordinati, di un Deserto Rosso sbiadito, non sorrideva e rigorosa tendeva alla semplicità e alla Purezza: l'Astrazione degli sguardi tesserati, Bizantini, l'avevano contaminata.
   Mi disse che era molto stanca, ma che le poche ore di Lucidità ed Energia le utilizzava per fare mosaico.
  Le chiesi perchè trasfigurava quadri altrui invece di creare qualcosa di suo proprio. Mi rispose:
   Nella vita puoi avere solo una Passione, perchè ti devi dare a Lei COMPLETAMENTE.

   Ineffabile incanto.
Da quel giorno, tutti i giorni della mia vita penso a questa frase. Penso a Lei, Maestra e spinta che mi ha dato Forza quando non ne avevo veramente più.
Mi sarebbe piaciuto incontrarla ancora, ma il caso ha voluto che no, non ci saremmo mai più riviste.
   Una mia serie di mosaici you just sit there wishing you still make love sono stati ideati e composti pensando a Lei. Le avrei sempre voluto chiedere una critica su quella ricerca, le avrei voluto regalare un pezzo di quella ricerca, alla mia più Grande Ispirazione.
   Sono profondamente triste, con un cuore spezzato a metà -lo potrei rincollare con un po' di cemento, ma manca una tesserina, la più Bella.
   A volte apro questo libro, e la spio, commossa dalla sua Presenza che quel giorno ha cambiato la mia vita. Ne sento ancora la Forza, non mi abbandonerà mai la sua Forza.
   Maestra e serva di una Passione.

Indiscussa tesserina dorata che ha illuminato la mia vita, e che lo farà sempre, fino all'ultimo dei miei giorni.

 
                                               


  • lunedì 20 ottobre 2014

    l'ordine dei miei gesti

    Ho bevuto caffè freddo perché mi tremavano le mani, e non volevo te ne accorgessi.
    Ho dormito come dormono i bambini, e mi sono svegliata al canto rosso, della luce rossa, che passava attraverso i fori di una serranda. Quinto piano a Barcellona.
       Se ci fossi stato tu avremmo dormito assieme.
    Suonano sveglie che non sono mie. E non mi svegliano. Sono già sveglia. Sono sveglia e non riesco a fare nulla. Quando mi svegliavo presto scrivevo. Scrivo.
      Tutto pare essere tornato così lento.
    Solo quando scocca la mezzanotte ritrovo un certo senso di pace. En ti. Sto pensando in te -a te-, quindi un saluto a me, che sto pensando in te; è come salutare me, in te, è come salutare te, e riprendere me.
      Ho strappato pagine per alleggerire il peso in volo. Ho alleggerito i ricordi per quando non ricorderò più, per quando mi stupirò tra le mie carte, per tutto il mio proprio vissuto, vissuto e immaginato.
      Ho fame di un caffè freddo. Ho fame di un caffè freddo e solo, in fronte a te. La Grazia di averti qua, con me.  Ci separano anni. Arriveremo lunghissimi all'eterno ritorno della nostra unità, monade, solo per poter affermare la nostra nostalgia di un noi non realizzato. E mi rimane un vuoto nello stomaco: caffè solo, freddo che terminerò una mattina presto, nel ricordo di te, con una stilografica che inchiostra nero, nelle carte che dividono i nostri giorni e scandiscono il mio niente. Senza te.
       Ci siamo tappati la bocca, per non baciarci e ho aperto gli occhi quando te ne sei andato, per non vederti più.
       Avrei potuto dormire un po' di più. La voglia del ricordo perfetto, che ho di te.
       L'assurdità è quando scrivendo vai a cancellare la lettera antecedente. Era perfetta.
    Mi incatenerò a quella frazione, nazione di secondo, di cui sarò serva e imperatrice per l'eternità. Era perfetta.
      L'assurdità sarebbe dimenticarmi di te.
    Dov'è finito chi conosceva così bene il mio corpo, l'ordine dei miei gesti. Il peccato mortale dei miei sbadigli annoierà anche la perfezione, ma triste la mia religione rimarrà in assenza di stelle, senza te. Dimentico.
    Trasmodante vuoto, l'ordine dei miei gesti, in lui, non li ricorderà mai nessuno.